Medea di Pasolini
Sacralità e razionalità
E queste cose non avvennero mai, ma sono sempre.
- Secondo Saturnino Salustio
Medea è una tragedia dell’antico drammaturgo greco Euripide, rappresentata per la prima volta nel 431 a.C. Nel corso dei millenni successivi, l’opera è stata continuamente riscoperta e reinterpretata, ed è oggi un classico del canone occidentale e la più frequentemente rappresentata di tutte le tragedie greche. Nel XX secolo, l’opera è stata oggetto di letture politiche, psicoanalitiche, femministe e altre. Una delle più interessanti di queste letture è quella di Pier Paolo Pasolini, il cui film Medea è uscito nel 1969 e ha avuto come protagonista Maria Callas.
Da un lato, la trama è relativamente semplice e racconta le azioni di Medea, una principessa del regno di Colchide che è di discendenza divina e ha il dono della profezia. Sposa l’eroe mitologico Giasone dopo che gli Argonauti arrivano a Colchide per reclamare il famoso Vello d’oro da suo padre, il re Eete. Aiuta Giasone a superare una serie di formidabili sfide poste dal re per prendere il vello. Mentre fugge con Giasone e il vello, uccide suo fratello Apsyrtus per rallentare suo padre, che si ferma per raccogliere i pezzi del corpo di suo figlio. A Corinto (dove inizia la commedia), Medea e Giasone hanno due figli insieme, ma Giasone alla fine abbandona Medea per Glauce, la figlia del re Pelia. Trovando la sua posizione nel mondo minacciata, Medea si vendica di lui uccidendo la sua nuova moglie e i suoi due figli, prima di fuggire ad Atene per iniziare una nuova vita.
Pasolini era una figura controversa nella cultura italiana del dopoguerra. Comunista convinto ma eterodosso, fu anche rivendicato dalla destra in alcune occasioni per la sua posizione su questioni come l’aborto e la violenza politica studentesca. La sua Medea differiva dalla maggior parte delle precedenti interpretazioni teatrali dell’opera in due modi. In primo luogo, la misura in cui affronta la “storia passata” dei personaggi, come l’educazione infantile di Giasone da parte del centauro Chirone per esempio, si traduce in una reinterpretazione molto più completa del mito di Medea rispetto a quella tramandataci da Euripide o Seneca. In secondo luogo, egli presta molta più enfasi alle radici antropologiche del mito, in cui “Medea e Giasone sono due personaggi simbolici, che rappresentano da una parte una cultura primitiva, magica e sacrale, dall’altra una cultura moderna, razionalistica e borghese” (Fusillo 1996). Alcuni critici riducono questo contrasto a una semplicistica opposizione tra i modi di vita “barbari” e “civilizzati”, ma come vedremo tralasciano qualcosa di molto più ricco e profondo.
Euripide caratterizza Medea come una strega e una divoratrice di uomini e bambini, mentre secondo le letture femministe moderne si tratta della storia di una donna che lotta per prendersi cura della propria vita in un mondo dominato dagli uomini. Pasolini adotta una prospettiva diversa e più interessante, quella dell’incontro tra Medea come principessa-sacerdotessa che mantiene la sua antica fede nella sacralità del mondo come ierofania, e Giasone che rappresenta una visione più nuova, razionale e illuminata. Questo incontro si traduce nell’impoverimento della capacità di cogliere il sacro nella realtà: la realtà non è più intrisa di significato intrinseco e ierofanico come prima.
Medea, folgorata dall’apparizione del giovane straniero, «apre i suoi occhi enormi, di santa [...] ma [...] tutto resta muto, isolato, indecifrabile»; ella «si muove, osservando intorno tutte le cose che avevano avuto per lei un così grande, profondo, vitale significato. Esse non rispondono al suo sguardo. Sono come riprecipitate indietro, nell’insignificante: sono cose morte. Disperatamente Medea si aggira tra loro. L’albero? È un vecchio triste albero qualsiasi. Le rocce? Sono erosioni folli delle acque, inanimate. Gli oggetti sacri? Poveri oggetti, lasciati lì, nella penombra, inerti». Si noti la connessione fra i termini «isolato» e «insignificante», a proposito della quale occorre tener presente che per la cultura arcaica l’oggetto ha un senso nella misura in cui fa parte di un tutto di cui occupa un posto preciso, ciò in quanto rinvia, con la sua capacità simbolica, «significativa», a un evento e a una realtà trascendenti. Il richiamo a Eliade è evidente e scoperto: «Se si osserva il comportamento generale dell’uomo arcaico si è colpiti da questo fatto: gli oggetti del mondo esteriore, come gli atti umani propriamente detti, non hanno valore intrinseco autonomo. Un oggetto o un’azione acquistano un valore, e in questo caso diventano reali, in quanto partecipano, in un modo o nell’altro, di una realtà che li trascende» (Azan, Fascia, & Ferraro 2002:148-149).
Una trasformazione simile nel modo in cui il mondo viene percepito e compreso è evidente nell’educazione di Giasone da parte del Centauro, Chirone. A vent’anni, Giasone è
… ormai pervenuto al «fatale approdo alla razionalità e al realismo», la qual cosa implica «una piega diversa dell’educazione del Centauro al giovane Giasone: egli comincia a razionalizzare e a sconsacrare, quindi, tutto ciò che aveva dato prima come ontologico e sacro», mentre, contemporaneamente, muta anche la fisionomia del Centauro, il quale perde «le sue forme favolose» ed è ormai «un uomo, un semplice uomo». Ciò accade perché la sua forma mitica era sempre stata null’altro che una «soggettiva» di Giasone, destinata a svanire con la scomparsa della visione mitica della realtà e con l’irrompere della razionalità e del realismo: «Gli Dèi sono fole, i culti follie. È solo la civiltà agricola che li ha inventati». Questo approdo richiede tuttavia un elemento sostitutivo della metafisica, il quale sarà costituito dall’etica del successo personale, che «si ottiene attraverso lo scetticismo e la tecnica». È così che la scuola del Centauro si trasforma, infine, in un’officina, dove si approntano le armi con cui l’uomo razionalistico e realistico si prepara a invadere la civiltà mitica e primitiva della Colchide. Nell’educazione di Giasone vi è, evidentemente, la metafora del cammino dell’intera umanità (Azan, Fascia, & Ferraro 2002:150-151).
La visione razionale del mondo di Giasone significa che non riesce più a vedere o comprendere, ad esempio, il miracolo della resurrezione che si trova nel ciclo annuale della vita agricola, che nell’antichità era codificato nel mito di Persefone. Come gli dice Chirone:
Ciò che l’uomo, scoprendo l’agricoltura, ha veduto nei cereali, ciò che ha imparato da questo rapporto, ciò che ha inteso dall’ esempio dei semi che perdono la loro forma sotto terra per poi rinascere, tutto questo ha rappresentato la lezione definitiva. La resurrezione, mio caro. Ma ora questa lezione definitiva non serve più. Ciò che tu vedi nei cereali, ciò che intendi dal rinascere dei semi è per te senza significato, come un lontano ricordo che non ti riguarda più. Infatti non c’è nessun Dio.
È interessante notare che una versione di Medea del drammaturgo austriaco del XIX secolo Franz Grillparzer allude a un’interpretazione antropologica simile. Come Pasolini, anche Grillparzer fornisce una ricostruzione più completa della “storia di fondo” mitologica, a partire dalla storia di Frisso che sacrificò l’ariete che produsse il vello d’oro (una storia che ha noti parallelismi con la storia dell’Antico Testamento di Abramo e Isacco). Questa versione si apre con Medea che seppellisce “ogni tipo di oggetto strano” nella terra con le seguenti parole:
Ecco, prima il velo e il bastone, la sacra verga della dea; addio per sempre, e in pace, non siete più per me. Passato, e per sempre, è il tempo della notte, di incanti e sortilegi. Tutto ora accade al limpido raggio della luce, il bene, il male, tutto, ed è giusto. Poi questa coppa, e le sue fiamme segrete, pronte a divorare chi la scoperchia ignaro, e anche questa, che dà rapida morte - via, sparite, in questa vita ora così chiara, serena e luminosa, non c’è posto per voi. E ancora queste erbe magiche, queste oscure pietre dal potere arcano ... ecco, ecco, vi rendo alla terra, da cui siete nate. (Ciani 2001:97)
Al Muro Del Tempo di Ernst Jünger è una profonda meditazione sulla natura del tempo, sia ciclico che lineare, sia mitico che storico, in cui la profonda conoscenza dell’autore della mitologia e della storia greca è chiaramente evidente. Sono evidenti anche chiari parallelismi con le interpretazioni antropologiche di Medea, ad esempio nella descrizione della transizione dal tempo mitico a quello storico in Erodoto, il “padre della storia”:
Prima di lui vi era qualcosa di diverso, vi era la notte del mito. Tale notte non era, però, oscurità, quanto piuttosto sogno, e la connessione che essa conosceva tra gli uomini e gli eventi era diversa dalla coscienza storica e dalla sua forza separatrice. Da qui discende la luce aurorale che illumina l’opera di Erodoto. Egli sta come sulla cresta di una montagna che separa la notte e il giorno: non solo due tempi, ma due modi del tempo, due tipi di luce (2000:84).
Poco dopo, già in Tucidide, l’aurora impallidisce. Su uomini e cose cade ormai la luce chiara della conoscenza storica, della scienza storica (2000:90).
È importante capire, tuttavia, che Jünger non vede l’epoca mitica e quella storica come completamente esclusive a vicenda: la prima è in grado di persistere e coesistere all’interno della seconda:
Il mondo della storia non può rinunciare alle potenze mitiche …. Qui non si tratta di semplici ricordi, come quelli che i templi, e anche gli uomini, conservano nelle loro cripte, o quelli da cui trae alimento la poesia, che, da simboli potenti quali erano, trascolorano via via in mere allegorie e, da ultimo, in frasi fatte. Il tempo mitico è presente anche all’interno del tempo storico, così come il bronzo, per esempio, aveva una sua funzione anche nell’età del ferro (2000:89).
Jünger discute inoltre ampiamente le quattro età di Esiodo, che iniziano con un’età dell’oro che poi degrada attraverso l’età dell’argento e del bronzo fino all’attuale età del ferro, notando che questa traiettoria è diametralmente opposta alla moderna visione scientifica del mondo che vede ogni progresso in avanti come positivo piuttosto che negativo:
I racconti sull’età dell’oro concordano nell’affermare che fu un’età dell’innocenza. Necessariamente deve essere stata, quindi, un’età scevra non solo di teologia, ma anche di scienza, scevra non solo di alfabeto, ma anche di scrittura ideografica. L’uomo indiviso possiede il sapere, non la scienza. Delle pietre, delle piante e degli animali più che le proprietà egli conosce le virtù. Esse gli parlano (2000:133).
Cosa dobbiamo pensare oggi del mito di Medea, soprattutto alla luce della reinterpretazione di Pasolini? Il passaggio antropologico dalla sacralità alla razionalità a cui fa riferimento è ormai perduto nelle nebbie del tempo (lineare), oppure questo contrasto/opposizione sopravvive ancora oggi, proprio come l’uso del bronzo è continuato nell’Età del Ferro? Propendo per la seconda ipotesi. Sacralità e razionalità continuano a coesistere, anche se oggi l’equilibrio è nettamente sbilanciato a favore della razionalità. Come spesso accade, Nicolás Gómez Dávila (2020) ha scritto un aforisma pertinente con cui concluderemo:
Il mondo che non è sacramentale è insipido.
Medea:
Visioni della Medea (Tracce di un film sognato), composto da scene omesse dal montaggio finale del film:
Riferimenti
Azan, C., Fascia, V., & Ferraro, G. (2002). Medea: Il mito di Medea tra antichi e moderni. Napoli: Simone per la Scuola.
Ciani, Maria Grazia (ed) (2001). Medea. Variazioni sul mito. Marsilio.
Eliade, Mircea (1975). Il mito dell’eterno ritorno. Seconda edizione. Traduzione di Giovanni Cantoni. Bologna: Edizioni Boria.
Fusillo, Massimo (1996). La Grecia secondo Pasolini: mito e cinema. Nuova Italia.
Gómez Dávila, Nicolás (2020). Escolios a un texto implícito (Vol. I and II). Traduzione dallo spagnolo di Loris Pasinato. Rome: Gog Edizioni.
Jünger, Ernst (2000). Al Muro del Tempo. Traduzione da Alvise LaRocca and Agnese Grieco (Adelphi Edizioni, Milano, 2000).



